
Miti e Leggende
Alcuni miti e leggende del nostro territorio...
Anche Enea sbarcò a Perdas Albas*
Una leggenda narra che sulle coste
arburesi approdò anche Enea …….
Tutto ebbe inizio con la tragica caduta di Troia.
Quando Troia fu dat alle fiamme intorno al 1182 a. C., Enea, con
i suoi compagni, cercò scampo nel mare.
Della comitiva faceva parte anche la Principessa Elena di Troia,
moglie di Menelao. Durante il viaggio si scatenò una tempesta che
trascinò la nave fino alla costa sud occidentale della sardegna
e sbarcò nel promontorio di Perdas Albas (oggi Capo Pecora) ed Enea
dovette …. farci visita.
Uomini e donne, in gruppo, si avventurarono verso l'interno dell'isola,
già popolata dalle genti dei nuraghi. Giunti al valico Genn 'e Frongia,
rimasero colpiti dalla bellezza del luogo e si fermarono a godere
delle fresche e limpide acque di Luzzifuru.
La principessa Elena al seguito di Enea si allontanò dalla comitiva.
In mezzo al bosco vide un cinghiale che faceva la siesta nella sua
pozzanghera. Appena la bestia vide la bella principessa diventò
un bel giovane: era Adamonte, figlio di Giove, mandato in quella
boscaglia per vegliare sui fuggiaschi.
Elena s'innamorò del giovane e da quella strana unione nacquero
due bei gemelli: Gusma e Pino.
Appena Enea seppe del fatto, su consiglio di Giove, ordinò al fabbro
Macaone di incidere sulle spalle della giovane, con un ferro rovente,
la frase "Ricordati femmina, perché Troiana sei, io ti trasformo
nella vile scrofa" poi la cacciò coi suoi figlioletti.
Enea proseguì poi il suo viaggio, conclusosi alle foci del Tevere.
La principessa, ormai scrofa, andò alla ricerca del suo cinghiale;
la convivenza durò poco e, alla fine, Elena fu uccisa.
* libero adattamento della leggenda riportata da Antonio di Tharros in Cronistoria della Sardegna
Il lampioncino di Lucifero di monte
ossia La leggenda de su predi sconcau
Lì, nella scorciatoia che da Guspini
va al paese di Arbus, c'è una sorgente d'acqua fina che sana persino
gli ammalati, ma non a tutte le ore ci si può andare.
Appena il sole si getta alle spalle del monte, anima battezzata
non passa di lì. In quel luogo maledetto esce ogni sera un prete
senza testa, in compagnia del sacrestano e porta un lampioncino
rosso.
Molti hanno visto ciò che io dico e qualche compare e, mi venga
un malanno se non dico il vero, hanno avuto spaventi grandi.
In passato si diceva che questo prete mistificasse gli stupidi facendo
malefatti e guadagnasse molto denaro che sotterrava accanto alla
sorgente.
Ma la brocca cala nel pozzo finché si spezza! Il prete fu decapitato
e adesso esce ogni notte a custodire il tesoro.
Perciò nessuno, dopo che è calato il sole, passa accanto alla sorgente,
nemmeno col pensiero.
Il miracolo del gallo
Molto tempo fa, le terre vicino al
mare erano sempre devastate dai turchi: derubavano i contadini che
vi vivevano, li sequestravano e li portavano in Turchia come loro
servitori.
Un giorno, all'improvviso, mentre alcuni contadini lavoravano contenti,
vennero fatti prigionieri dai Turchi: catturati e legati furono
portati sulla riva del mare e imbarcati nelle loro barche.
Da allora non se ne seppe più nulla. Mancavano tre mesi alla festa
di Nostra Signora d'Itria e uno di quei poveri contadini, divenuto
servitore di un turco, disse al padrone: "Lunedì, nel mio paese,
fanno una gran festa".
Ma il padrone non rispose.
La vigilia della festa, mentre il servo spennava un gallo per essere
cucinato, si lamentò di nuovo col padrone dicendogli: "Domani nel
mio paese, fanno una gran festa".
Il gallo stava già cuocendo in pentola, quando il padrone gli disse:
"Vorresti esserci, non è vero"? "Certo che vorrei esserci"
Il turco allora gli disse:"tu rivedrai la festa di cui parli, solo
quando questo gallo che sta cuocendo nella pentola, ritornerà a
cantare "Guarda che miracolo di Dio".
Il gallo mosse le ali, saltò giù dalla pentola e si mise a cantare.
Il turco, spaventato e arrabbiato, che fece? Di notte pose il servitore
dentro una cassa e ci si coricò sopra.
L'indomani mattina, nel mare di Piscinas, videro una cassa galleggiare
con un turco coricato sopra; dentro c'era il servitore sano e salvo.
Levarono la cassa dall'acqua e il servo poté tornare a casa sua,
partecipare alla festa di Nostra Signora.
E visse per tanti anni ancora.
Tottu paga Pabedda
Si racconta che Pabedda, un giorno, ricevette gli arretrati della pensione e li nascose perché non glieli rubassero. Rivelò il nascondiglio solamente al nipote il quale, però, un giorno, cercò di rubarglieli. Pabedda lo scoprì e lo uccise. Si nascose nelle campagne di Arbus e Gonnosfanadiga: poiché i carabinieri non riuscirono ad arrestarlo, di qualunque crimine accaduto in paese, veniva accusato lui. Per questo nacque il detto "Tottu paga Pabedda". Venne poi arrestato ed incarcerato. Morì in carcere ad oltre novant'anni d'età.
La leggenda del Monte Arcuentu
Si narra che ad Arcuentu sia custodito
un tesoro destinato ad essere trovato solo da una giovane coppia
prossima alle nozze.
I fidanzati, il giorno prima delle nozze, devono salire sul monte
dove, a mezzanotte, apparirà la strega che arriverà su un carro.
A quel punto, i fidanzati che venderanno la loro anima al diavolo,
potranno conoscere dalla strega il luogo dove è nascosto il tesoro.
La leggenda di Predi Pinnadeddu
Si racconta che lo scopritore delle
miniere di Ingurtosu sia stato un prete; o uno che si faceva chiamare
prete o che tutti ritenevano lo fosse, perché salutava chiunque
incontrasse con l'espressione: "Sia lodato….", sottintendendo l'oggetto
della lode, non si sa se per pigrizia o per l'inconscia paura di
nominarlo invano.
Lo chiamavano "Predi Pinnadeddu" e non si sa se sia stato lui a
dare il nome ad una zona dove i giacimenti erano più ricchi o se
sia stato tramandato con il soprannome preso dal luogo che egli
frequentava.
Qualcuno scoprì il segreto del prete, vedendogli in mano delle "pietre
lucenti" e pesanti: dei minerali, insomma.
Fu la fine, per il povero scopritore delle miniere.
Fu strangolato ma, prima di morire, secondo la leggenda, fece in
tempo a maledire il suo assassino, il luogo, gli abitanti presenti
e futuri, i soldi che vi sarebbero stati guadagnati con il lavoro.
Dopo ogni disgrazia in miniera si parlava dell'influsso malefico
di "Predi Pinnadeddu".
Nessuno, questo è certo, ad Ingurtosu si è arricchito.
I superstiziosi dicono che lo spirito maligno del prete aleggia
sempre nella zona e che la sua maledizione colpisca ancora.
Sembra di vederlo sghignazzare beffardo ai bordi della strada, in
quella valle che doveva essere già così nel giorno della creazione:
incomparabile per la sua bellezza e ora terrificante per il silenzio
che richiama ricordi di voci amiche ormai spente, di uomini e cose
cancellati dal tempo impietoso.
La leggenda di Luxia Arrabiosa
A Guspini viveva una fanciulla di nome
Lucia.
Un uomo vecchio si invaghì di lei e avrebbe voluto sposarla, ma
Lucia rifiutò.
Il feudatario, che comandava il paese, fece murare viva la fanciulla.la
seppellirono sul Monte Arcuentu e le misero vicino un telaio d'oro
e altre ricchezze e, perché qualche cavaliere non la liberasse,
misero intorno alla prigione delle caldaie piene di vespe. In tal
modo, chi si avvicinava veniva punto.
I pastori, ancora oggi, raccontano che la notte sul Monte Arcuentu
si sente Lucia cantare e tessere col suo telaio d'oro.
Lo chiamavano Pabedda
Lo chiamavano Pabedda perché nella
guerra del 1915-18 perse la mano e il braccio fino al gomito, rimanendo
storpio. Viveva con la pensione di guerra fin quando non divenne
un fuorilegge.
Accadde che un giorno si recò alla posta per riscuotere la pensione
ma l'impiegato si rifiutò di consegnargli i soldi e lui, accecato
dall'ira, lo uccise e fuggì via.
Da allora visse nelle campagne di Arbus, Guspini e Gonnosfanadiga,
facendo una vita da latitante.
La sua vita la trascorreva nascondendosi nelle grotte e negli anfratti
dei boschi, rubando per sfamarsi e compiendo molte altre malefatte.
Si diceva, all'epoca, che nelle campagne circostanti l'abitato di
Arbus, Pabedda amasse nascondersi dietro i cespugli per ascoltare
i discorsi delle persone e sentire se qualcuno osasse parlare male
di lui.
Quando questo si verificava, usciva dal suo nascondiglio e lo puniva
facendogli delle violenze.
Si racconta che un giorno un passante, non accorgendosi della sua
presenza, lo vide sbucare dal suo nascondiglio ed egli lo fece camminare
scalzo su un cespuglio di "spiarla".
Inoltre si racconta anche che un giorno, tra le campagne di Arbus
e Guspini, qualcuno gridò: "scappate, c'è Pabedda".
Tutti fuggirono spaventati e molti non si accorsero di Pabedda:
in mezzo alla folla c'era anche lui.
Su Fonnesu Mannu
Dopo la creazione del Regno d'Italia,
a causa delle continue scorrerie dei corsari arabi che, a volte,
facevano schiave le sentinelle delle torri di difesa, era ancora
molto pericoloso stare lungo le spiagge.
Durante una di queste incursioni, vennero fatti prigionieri dei
ragazzi che stavano sulla riva del mare di Funtanazza.
Alcuni anni dopo, un'imbarcazione approdò con quattro uomini, che
forse erano quei ragazzi arburesi ormai diventati anch'essi corsari
arabi, nella stessa spiaggia.
Essi s'incamminarono verso le zone interne, incontrando dei pastori,
a capo dei quali vi era "su Fonnesu Mannu", un uomo proveniente
da Fonni.
Era conosciuto per la grande quantità di bestiame posseduto, che
portava a svernare nelle campagne arburesi.
Uno dei corsari, parlando in lingua arburese, chiese ai pastori
dove si trovasse Casa Arrais, in quanto, lì vicino, avrebbe trovato,
seppelliti in un recipiente di terracotta, i cari ricordi della
madre del suo capo.
Su Fonnesu Mannu capì che non si trattava di cari ricordi ma di
uno scusroxiu, ossia di un tesoro, e indirizzò i corsari in un altro
luogo.
Questi capirono di essere stati imbrogliati, solo dopo aver scavato
a lungo ma con esito negativo.
Mentre i corsari tornarono a mani vuote verso le loro navi, incontrarono
di nuovo su Fonnesu Mannu, al quale dissero, in dialetto arburese,
di essersi accorti del suo imbroglio e che comunque nemmeno lui
avrebbe potuto tra beneficio da quel tesoro.
Infatti, su Fonnesu Mannu, che pure ritrovò il tesoro, di lì a poco
venne a sua volta derubato. Si avverò così la profezia dei corsari
arabi.